lunedì 5 novembre 2018

La Vetrina del lunedì - DIVERSI MA AFFINI SUGLI APPENNINI




LA VETRINA DEL LUNEDI'


Salve a tutte/i, dopo qualche mese di silenzi e latitanza vorrei riprendere le vecchie e sane abitudini ed ho pensato che sarebbe bello "riscaldarci" la mente insieme, e deliziarci la vista, ricordando un po' delle belle cose successe e viste durante le passate vacanze estive...
Direi quindi di ritrovarci nella nostra "Vetrina del lunedì" dove vi racconterò come me la sono passata (bene) durante le vacanze estive e cosa ho potuto vedere...

In primis vorrei ricordare la mostra da me curata e fatta nelle cantine dell'ex-chiesolina di Pievepelago (MO); meraviglioso spazio resomi disponibile dall'Associazione culturale "Le Vie" e dalla mia amica e promotrice del luogo, Monica Bellei.







Diversi ma affini sugli Appennini per l'appunto...


 L'entusiasmo e la caparbietà con cui Monica riesce sempre a coinvolgermi nei suoi progetti l'hanno avuta vinta per l'ennesima volta...Diversi ma affini partiamo da qui...questi artisti (di cui purtroppo non tutti sono potuti essere presenti) sono eterogenei  per la varietà dei mezzi attraverso cui si esprimono; alcuni usano il colore acrilico, altri le matite colorate, altri ancora mixano penne a sfera, pennarelli, inchiostri ma il loro comune denominatore, la cifra stilistica che li contraddistingue è l' Illustrazione.
Sì, perché questa è una mostra/mercato di illustratori, dove lo spettatore può guardare le opere, accostarsi, scrutarle fino quasi ad immergersi dentro le stesse. Non ci sono solo opere bidimensionali ma anche manufatti, come le sedie dipinte e i vasi di cemento plasmati e dipinti da Letizia Ballotti, artista pavullese;  le tavolette di legno, quasi dei bassorilievi contemporanei di Valentina Maini, artista bolognese; le magliette serigrafate di Daniele Folegatti e quelle stampate con le immagini tratte da una rivisitazione di "Alice in wonderland"di Morticino (Lia Mariani); e ancora un bizzarro album da colorare con gli "uomini baffuti e barbuti" di Naki, artista bergamasca.

Per chi non ha potuto esser presente propongo qui un piccolo tour guidato con alcune foto dell'evento.

Partiamo come a scuola, in ordine alfabetico, da BALLOTTI LETIZIA:

Modenese, vive tra Pavullo e Montecreto. Lavora per lo più come pittrice ma si cimenta anche nell'illustrazione e nella decorazione di complementi d'arredo. 
Le sue tele, raffiguranti teste o corpi di animali, sono realizzate a matita in bianco e nero, oppure con pastelli colorati e campeggiano su sfondi di texture geometriche dalle forti tinte, dipinte in acrilico. Sempre gli animali, anche fantastici come nel caso del drago, sono i soggetti raffigurati sulle sedie e le texture geometriche ritornano sui vasetti porta piante in cemento, interamente fatti a mano dall'artista.
In mostra abbiamo poi una serie di studi sul corpo umano e sullo sguardo realizzati dalla Ballotti durante i suoi studi presso l'Accademia di Bologna.




Passiamo poi a DANIELE FOLEGATTI

Vive e lavora a Modena. Ex allievo dell'l'istituto d'arte "A. Venturi", successivamente frequenta la scuola Comix di Reggio Emilia. Per l'occasione espone un discreto numero di opere. Sono illustrazioni originali su carta, realizzate con penna bic e pennarelli scarichi nel caso dei “registi", sempre a bic son fatti gli animali antropomorfi, tutti di sua invenzione. Usa invece una tecnica mista (penne a sfera colorate, pennarelli pantone e brush) per le opere a colori. Gli antropomorfi sono animali con una “storia" o che ci lanciano un messaggio; il Toro, possente e muscoloso,  non si può muovere perché circondato oggetti fragili, la lepre non può più correre perché è in carrozzina ma ha un quadrifoglio vicino, e quindi è lo stesso fortunata, la lenta tartaruga può sfrecciare veloce ora sulla sua lambretta. Abbiamo poi due opere di dimensioni maggiori che rappresentano entrambe la “sacra famiglia". In una i genitori sono due tartarughe, simbolo di purezza d'animo e saggezza, mentre nell'altra sono due scimmie. L'autore fa cortocircuitare due credi, quello cristiano  e quello scientifico,  riguardanti l'origine della specie senza darci nessuna risposta ma lasciandoci semplicemente “In adorazione" come si stava un tempo davanti alle pale l’altare.







Le sue opere sono visibili su YouTube digitando Daniele Folegatti Artworks.
https://youtu.be/CnHfEa7AWmQ


Autoctono è poi l'artista PIERO GARAU
Espone acquerelli dove raffigura paesaggi montani ma anche interni di case, soffermandosi su alcuni particolari presenti in tutte le abitazioni come nel caso dell' opera “Natura igienica". Ironizza con lo spettatore attraverso i titoli dei lavori esposti: “Interni vicini/”esterni vicini" e ancora “Interni lontani/Esterni lontani". Inoltre l'artista ci mostra anche una tavola-fumetto  fotografica in cui celebra in modo festoso e divertente il compleanno centenario di sua madre.

Proseguiamo con la bolognese VALENTINA MAINI.

L'artista si divide tra questa città e Parigi. Come scrittrice, ha pubblicato diversi racconti e la raccolta di poesie “Casa rotta”, nel 2016. Come illustratrice, collabora con la bottega artigiana RiSalto, a Bologna, e con lo studio di architettura D’Atelier nella sperimentazione di un nuovo linguaggio figurativo. Sta lavorando a un libro di poesia e illustrazione.
In quest'occasione espone le sue tavole di legno, una sorta di bassorilievo contemporaneo dove campeggiano le sue figure. Donne esili dai lunghi capelli, realizzate a china, che volteggiano in una danza coinvolgente. Le sue sono raffigurazioni senza tempo, legate alla natura, alla terra e ad un immaginario delicato ma profondo che invita l'occhio riducendolo con la raffinatezza delle sue linee.





Lia Mariani, in arte MORTICINO, vive e lavora a Sassuolo. Specializzatasi come illustratrice,  qui l’artista espone una serie di stampe da lei realizzate per una versione del noto libro “Alice nel paese delle meraviglie". Lia lavora su carta, per lo più con tecnica a pastello ed i suoi lavori propongono una versione inedita ed originale di Alice e dei bizzarri personaggi della sua storia. Inoltre espone anche illustrazioni originali di animali realizzate a pastelli su carta ed il cui sfondo è ad ecoline, una sorta di acquarello dalle tinte più brillanti.



A concludere l'esposizione è il lavoro di NAKI
Illustratrice di Bergamo, ci diverte con il suo “uomo barbuto o baffuto" , un personaggio di sua invenzione che è  praticamente privo dei tratti principali che connotano ognuno di noi. Infatti ha due piccoli cerchi al posto degli occhi, il suo naso è una linea dritta e la bocca non è mai mostrata in quanto sempre nascosta da baffi o barba, ma, paradossalmente è immediatamente riconoscibile. In mostra abbiamo diverse stampe che ritraggo quest' uomo in varie versioni, dall'aviatore al torero, al marinaio sdraiato in posa da pin up all’ ‘interno di una coppa da drink e via dicendo.
Vi invito a visionare le sue illustrazioni a questo link:


Detto ciò vi lascio e vi dò appuntamento al prossimo lunedì e ricordate: "Guardare l'arte è un po' come imparare a ballare e...non c'è rivoluzione senza investimento libidinale!".

A lunedì
Chiara Messori


domenica 17 giugno 2018

VIN IL QUI, ORA CON IL GIUSTO TEMPO



VIN IL
QUI, ORA
(CON IL GIUSTO TEMPO)




In una tipica mattina di questa quasi estate dai contorni che potrei definire “eclettici” (non si sa mai che tempo fa!?) mi sono diretta, su suggerimento di una mia cara amica nonché mia accompagnatrice in questo viaggio, verso la  vivace via Torquato Tasso di Bergamo, alla 255 Raw Gallery, per vedere la mostra di VIN IL, Ylenia Manzoni, classe 1988.
Le aspettative erano alte ,come il mio umore e devo dire di essere stata, oltre che soddisfatta, ampiamente sorpresa dalla sua raffigurazione.
L’artista parte da un percorso come tatuatrice, arte in cui, come sappiamo, l’inchiostro è elemento chiave per fissare l’ic et nunc, il qui e ora, per sempre. La pelle è la nostra interfaccia, quel sottile strato che, pur separandoci dall’ambiente, ci espone ad esso ed alle persone. Attraverso la pelle noi comunichiamo chi siamo, come siamo, come stiamo ed ora, con il tatuaggio, possiamo anche raccontare delle storie di noi.
Come dice l’artista:
«Ho scelto di intitolare l’esposizione “Qui, ora (con il giusto tempo)” perché vorrei invitare i visitatori a prendersi del tempo per assaporare le immagini. Per non guardarle e basta, magari velocemente e distrattamente come siamo abituati a fare ogni giorno, ma per sentirle davvero, ascoltarle, capirle». 
E proprio con questo spirito, con la voglia di assaporare le sue immagini, mi sono messa al cospetto della sua opera.
Occhi grandi, nasi e labbra stilizzate e lunghe ciglia sono la cifra stilistica dei suoi lavori. Che si tratti di raffigurazioni umane o animali o vasi umanizzati con disegnati sopra dei visi poco importa, tutte  le sue immagini ci guardano con gli stessi occhi e ci odorano con gli stessi nasi… Le doti artistiche di Vin Il fanno sì che quella figurazione che ci riporti immediatamente a riconoscere un disegno come “il suo” disegno.
Ma c’è di più…
Nelle sue linee possiamo ritrovare il bianco e nero; le acconciature “anni ‘20” dei suoi personaggi ci riportano alla mente certe atmosfere noir ma, appena ci voltiamo, nei suoi disegni originali e nelle serigrafie troviamo i colori accesi, quasi POP della tavolozza Pantone unite al gioco di sovrapposizione di retini, tanto caro ad una grafica ormai demodè. Altri rimandi ancora possiamo vederli nellle “gote rosse” dei suoi personaggi e nellla fantasia dei tessuti che indossano; retaggi di una dimensione fiabesca che si unisce con un’arte dai toni naive non senza rimandi però alla tavolozza dei murales sudamericani ed all’opera di una grande artista come Frida Khalo.
Delizioso e lezioso assieme è poi un corner della mostra, dedicato alla ricostruzione di un salotto green dove trovano spazio i vasetti per piantine caratterizzati dal tratto unico di Ylenia. 



«Qui, ora (con il giusto tempo)» è la sua prima mostra personale ed è interessante proprio perché conferma il fatto che il disegno per tattoo sia un’arte capace di emozionare, affascinare, creare seguito.
Inoltre, qui le sue illustrazioni originali hanno arricchito il suo percorso, mostrandoci una nuova Ylenia, un’artista sincera e libera, stimolante e mai banale, che sa mettersi in gioco per  raccontare, esporre e diffondere l’arte in ogni sua forma; dalla passione “artigiana” della tatuatrice a quella dell’illustratrice che sa parlare di lei, raccontarci chi è e le cose in cui crede. 
Infatti, come dice l’artista stessa “ Sono le  relazioni e i trascorsi a renderci ciò siamo e nel disegno mi ritengo completamente libera”.
Quindi dico grazie a Vin Il, e grazie a 255 Raw Gallery!
Chiara Messori


giovedì 20 aprile 2017

Treasure from the Wreck of the Unbelievable - Damien Hirst




Scavatore di coscienze

Sì, mi piace define così quest'artista ormai divenuto star del sistema dell'arte grazie ad un oculato lavoro di esposizioni shock.
Attraverso la mise en scene di animali sotto formaldeide, i mandala multicolori di ali di farfalla, le raccolte tassonomiche di mozziconi di sigarette, grandi scaffalature di farmaci (per citarne solo alcune), Hirst ha, come sostiene anche la Vettese, scavato buchi nelle nostre coscienze con immagini reali e memorabili.
Il senso della vita viene interrogato in diverse opere:  nel 1990 in "A Thousand Years" entro una teca separata in due abbiamo da un lato una colonia di larve prima e mosche poi che tenta di raggiungere una testa di vitello mozzata posta nella seconda metà della teca, ma nel viaggio esse devono superare lo sbarramento di in griglia moschicida elettrificata. I suoi interrogativi trovano una potente conclusione nel teschio tempestato di diamanti di "For the Live of God" del 2007.
Quindi l'artista si muove tra ironia e orrore, bellezza e crudeltà, nascita e morte lanciando messaggi che, seppur a volte ambigui,  colpiscono per la loro violenza; sono diretti, inconfutabili, come una fucilata BAM!  colpisce e fa centro.

Ma oggi ho visto un Hirst diverso, magnifico sicuramente, mi ha presa totalmente ma non con violenza...è stato inaspettato, più maturo ma nuovo...sicuramente un'esperienza incredibile come il tesoro di questo vascello, ma partiamo da principio...


Questo è il manifesto/locandina della mostra che è stata inaugurata il 9 aprile a Venezia nelle due sedi di Palazzo Grassi e Punta della Dogana. La mostra, che si concluderà il 3 dicembre,  segna una nuova tappa nella storia di queste due sedi veneziane della Collezione Pinault che,  per la prima volta,  saranno interamente affidate a un singolo artista.

Giù a cinque braccia giace tuo padre.
Le sue ossa ormai son corallo,
e perle gli occhi son già.
Di lui quanto mai può perire
un mutamento marino subisce
in ricca cosa, in cosa strana.
William Shakespeare
La Tempesta


Con queste parole si potrebbe introdurre la storia di questo grande vascello che trae origine da un ritrovamento, risalente al 2008, di un vasto sito con il relitto di una nave naufragata al largo della costa orientale dell'Africa.
Questo ritrovamento sembrerebbe confermare la leggenda di Cif Amotan II, un liberto di Antiochia (Turchia nordoccidentale), vissuto tra la metà del I secolo e l'inizio del II d.C.
Nell'Impero romano un ex schiavo poteva avanzare socio-economicamente coinvolgendosi negli affari finanziari dei suoi mecenati e padroni di un tempo; così Amotan , dopo essersi affrancato, accumulò un'immensa fortuna. Pieno di ricchezze egli creò una sontuosa collezione di oggetti provenienti da ogni parte del mondo antico. I Cento Tesori del liberto furono caricati su un'immensa nave, la Apistos ( Incredibile) per esser trasportati in un tempio appositamente edificato dal collezionista. Ma l'imbarcazione affondò affidando il tesoro alla sfera del mito e generando infinite varianti di questa storia di ambizione, avarizia, splendore e ubris.


La collezione rimase sul fondo dell'Oceano Indiano per circa duemila anni e quasi dieci anni dopo l'inizio degli scavi, questa mostra raccoglie insieme tutte le opere recuperate in quello straordinario ritrovamento. Alcune sculture sono esposte prima di aver subito il restauro, coperte quindi di incrostazioni coralline, concrezioni marine che ne rendono a volte le forme irriconoscibili. In mostra son poi esposte copie museali contemporanee degli oggetti rinvenuti che immaginano le opere com'erano nel loro stato originario.








Questo, come preannunciavo è un Hirst diverso... non cede alla tentazione di restare ancorato alle formule che lo hanno reso celebre (pillole, diamanti e animali in formaldeide) ma propone qualcosa di nuovo e inaspettato: un falso storico.
La mostra verte sul concetto di verità, mettendo in discussione la sua utilità e trascinando lo spettatore nel labirinto del dubbio. Il racconto del relitto della Apistos, rafforzato anche dalla presenza di video che ne riprendono il ritrovamento insieme alla raccolta degli oggetti preziosi ed ai modelli su scala dell’imbarcazione non è che una "storiella" ideata e promossa dall'artista che vi  ha lavorato per ben dieci anni al fine di renderla “reale”.

Quindi questo favoloso bottino è in realtà composto da duecento fake che riproducono sculture greche ed egizie, anfore, monili, statuette votive con  i materiali più amati dall’artista: la giada, il marmo di Carrara, il cristallo, l’oro.
Sono rappresentate epoche storiche differenti, con sbalzi temporali che arrivano fino al presente: compaiono, infatti, anche autoritratti ed altre opere che strizzano l’occhio ai colleghi Marc Quinn e Jeff Koons.




Hirst ha saputo animare gli ambienti con opere monumentali, tra le quali spicca l’impressionante Demon with Bowl, una scultura in resina di 18 metri d’altezza.


Anche se l'inganno è evidente, la sognatrice amante delle leggende storiche quale sono voleva illudersi che fosse tutto vero ecco che la dicitura “Mattel inc. China”, a ricordare quelli delle famose Barbie, che campeggia sui busti greci mi riporta coi piedi per terra e mi fa scappare un sorriso...

Il prezzo del biglietto (18 euro) quindi diventa più che sostenibile per questa mostra veramente unica che si colloca nella sospesa cornice magica di Venezia, una città che sulle leggende legate al mare ed ai suoi accadimenti ha fatto il suo punto di forza.

Chiara Messori



giovedì 28 luglio 2016

“Quel ramo del lago…d’Iseo”


“Quel ramo del lago…d’Iseo”

Ovvero

Perché aver esperito l’installazione



di Christo

non è stato un spreco di tempo (né di denaro)



La partenza è stata una levataccia, è vero, doveva piovere (mi ero portata anche l’ombrello) ed invece c’era un sole che mi ha regalato una splendida giornata (oltre ad una altrettanto strepitosa bruciatura) però ne è valsa la pena.

Il volantino era già di per sé molto invitante, recitava:

Per sedici giorni – dal 18 giugno al 3 luglio – sul lago d’Iseo, The Floating Piers con i suoi 100.000 metri quadrati di tessuto giallo cangiante, sostenuti da un sistema modulare di pontili galleggianti costituiti da 220.000 cubi in polietilene ad alta densità che assecondano il movimento delle onde, attraverserà a fior d’acqua il lago.

Ora, letta così sembra trattarsi di un’opera immane, 220.000 cubi sono davvero un grande numero e 100.000 metri quadrati…sono sincera prima della partenza mi sono fatta qualche domanda in coscienza, del tipo: Voglio veramente fare tutta quella strada (a 100 km da Milano e a 200 a ovest di Venezia ok, però da Modena sono un sacco di chilometri) in un’unica giornata per stare magari accalcata tra la folla e salire su quello che da “chi se ne intende” è stato definito come” un ‘enorme baraccone”, “una passerella verso il nulla”  ???!!!

Beh la risposta è stata “Sì”; istintiva, subitanea e senza remore “Sì” e dopo vi spiegherò il perché, ora continuiamo a leggere il flyer…

I visitatori potranno fruire dell’opera d’arte percorrendola a piedi da Sulzano a Monte Isola e poi fino all’isola di San Paolo, che sarà completamente circondata da The Floating Piers. Dalle montagne circostanti il lago sarà possibile godere di una vista dall’alto di The Floating Piers, che ne rivelerà angoli inattesi e mutevoli prospettive. Il lago d’Iseo si trova a 100 km e est di Milano e a 200 km a ovest di Venezia.

Allora come dicevo il mio "Sì" è stato dettato proprio dal fatto che, nella sfortunata ipotesi che non fossi riuscita a salire sulla passerella avrei potuto comunque vederla dall'alto e godere del magnifico panorama riservatomi dal lago, dopotutto non ero mai stata lì. Quindi decido per la partenza.
Alle otto e mezza del mattino ero già sul posto ma le prospettive per riuscita del mio intento erano tutt'altro che rosee...parcheggi chiusi per sovraffollamento, navette bloccate per lo stesso motivo ed impossibilità di raggiungere l'installazione a piedi. Non mi perdo d'animo, assieme al mio compagno d'avventura cerchiamo un posto dove lasciare l'auto nelle vie circostanti e lo troviamo in breve, poi ci incamminiamo ormai poco speranzosi di riuscire a salire sull'opera ma comunque contenti di poterla ammirare da lontano, magari seduti a sorseggiare un buon bicchiere di vino in qualche locale nei dintorni. Continuiamo a piedi e raggiungiamo la fermata del traghetto, assaltata da una lunga coda di persone. L'attesa (ci avevano preventivato circa 4 ore) risulta più breve del previsto e dopo un'ora e mezza saliamo a bordo direzione Sulzano.


Arriviamo e sbarchiamo direttamente sul tappeto giallo che, alla luce del sole delle due del pomeriggio risulta di un'intensità quasi accecante.
Prima di salire il ponteggio decidiamo di fare una piccola sosta per ristorarci e bere qualcosa. Scopriamo così un chiosco dove vendono birre artigianali della Brew Fist, marchio che non conoscevo ma sembravano lì apposta per noi...dopo questa pausa seguiamo il tappeto giallo e saliamo sulla famigerata opera...


La passerella lunga tre km attraversa l’acqua del lago d’Iseo formando The Floating Piers. I pontili dai bordi degradanti, sono larghi 16 metri e altri circa 35 cm. Il percorso in tessuto prosegue poi per altri 1,5 km lungo le strade pedonali di Sulzano e Peschiera Maraglio.


Non so, forse complice il sole che batteva pesantemente oppure la birra che non era da meno (del sole intendo...) ma dopo un primo momento di vertigini ed instabilità mi sono sentita leggera...ho tolto le scarpe, perché la sensazione mi fosse più palpabile, e ciò che ho provato è stato qualcosa di assolutamente naturale, ebbene sì, camminare su questi cubi di polietilene assecondava in modo del tutto spontaneo l'incedere dei miei passi, stavo letteralmente camminando sull'acqua e  sembrava come se l'avessi sempre fatto...credo che Christo sia riuscito nel suo intento, credo volesse farci sentire questo. Credo che quando nell'ormai per noi remoto 1970, concepì The Floating Piers assieme a sua moglie, questi artisti volessero darci e volessero darsi una possibilità; quella di pensare "in grande". Concepire un'opera d'arte che travalicasse lo spazio delle gallerie a lei normalmente destinato per esistere nel e con l'ambiente naturale. Christo e Jeanne-Claude volevano proiettare le loro visioni un uno spazio che potremo definire del "sublime naturale", che si oppone all'artificialità della sostanza stessa in cui l'opera è realizzata.  I Land artisti non son del resto nuovi a questo genere di operazioni; essi si sono sempre mossi impegnandosi a fondo sia dal punto di vista tecnico che economico per realizzare le loro imprese. Interventi creati sviluppando fino in fondo in particolare due tipologie: l'impacchettamento(Valley Curtain) e lo sbarramento (The Running Fence). L'azione coraggiosa degli artisti ha il merito di spingere nella direzione della fisicità, della realtà che è però anche effimera, destinata ad avere una breve durata (appena due settimane), ma siamo nell'epoca di massima maturità tecnologica e digitale per cui possiamo giovarci di tutti i mezzi di riproducibilità dell'immagine votando ancor più così The Floating Piers al gusto di sentirsi eretta sì per un consumo entropico, ma con la possibilità di poter eternamente rimanere...anche se solo registrata...
Chiara Messori

martedì 15 dicembre 2015

SREBRENICA 1995 - ERIK FRANCESCONI






Ritorno a voi dopo qualche mese di latitanza e riflessione...
Ritorno con la foto di un graffito, un po' perchè mi è sempre stato caro il mondo dei graffittisti ma anche per il significato potremmo dire storico o meglio, storicamente modificato che questa scritta porta con sè.

Ci troviamo all'interno  di una  fabbrica abbandonata, che  produceva finestrini per auto e, agli uffici del primo piano dell'edificio, campeggiano sui muri altri graffiti, affreschi  testimoni di un delirio: falli  giganti su poverette soddisfatte, alcune didascalie accompagnano le scene: « non ha i denti? Ha i baffi? Puzza di merda? E' una bosniaca! » . 
E' là, dietro al posto di guardia la scritta United Nations è stata ribattezzata da un garffittaro "United Nothing".
Ci troviamo a Srebrenica, e queste sono le testimonianze di ciò che successe nel  luglio del 1995: il più grande, feroce massacro in Europa dai tempi del nazismo.



Voglio ripercorrere con voi i passaggi storici che scrissero la vicenda di Srebrenica e per farlo prendo liberamente spunto da un articolo  dal titolo eloquente: Il massacro di Srebrenica, 20 anni fa (http://www.ilpost.it/2015/07/11/massacro-srebrenica/


LA STORIA

La mattina del 12 luglio 1995 il generale serbo bosniaco Ratko Mladic fu ripreso dal giornalista serbo Zoran Petrović mentre rassicurava la popolazione di Srebrenica, una città musulmana in una regione a maggioranza serba della Bosnia. Mladic, circondato dai suoi miliziani, spiegava che a nessun abitante di Srebrenica sarebbe stato fatto del male. Nel video era inclusa anche una breve intervista a Mladic in cui lui spiegava come i suoi uomini avessero portato in città cibo, acqua e medicine per la popolazione locale. In quel momento i suoi uomini avevano cominciato a radunare e uccidere tutti i maschi in età militare della città già da 24 ore, cioè dal pomeriggio dell’11 luglio. Nel giro di 72 ore più di ottomila bosniaci musulmani sarebbero stati uccisi nel peggior massacro avvenuto in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

All’epoca della strage si combatteva intorno a Srebrenica da oramai da tre anni. Gli scontri erano cominciati nel 1992 quando la Bosnia aveva dichiarato sua indipendenza dalla Yugoslavia in seguito a un referendum. La Bosnia era la più variegata tra le varie repubbliche federali che formavano l’ex Yugoslavia: la maggioranza dei suoi abitanti è di religione musulmana, ma c’è anche una grossa minoranza di serbi ortodossi e una più piccola di croati cattolici. I serbi-bosniaci avevano boicottato il referendum e quando era stata proclamata l’indipendenza avevano cominciato una guerra contro il governo bosniaco, appoggiati dal governo serbo di Slobodan Milosevic, per ottenere l’annessione alla Serbia della loro regione. Nei territori a maggioranza serba c’erano molte enclavi musulmane contro cui i miliziani serbo-bosniaci e i regolari serbi si accanivano praticando  la “pulizia etnica”, un termine che fu coniato dagli stessi leader serbi. I paesi musulmani venivano sistematicamente distrutti e i loro abitanti espulsi. Lo scopo era creare un territorio omogeneo, dove abitassero soltanto serbi e che sarebbe stato facile da annettere alla Serbia una volta arrivati al tavolo delle trattative.

Srebrenica e i paesi nella valle della Drina erano uno dei principali ostacoli a questo progetto e i serbi avevano cominciato a concentrare nella regione gli sforzi delle loro milizie. La città era passata di mano diverse volte, ma alla fine era stata occupata dal piccolo e malridotto esercito bosniaco e da alcune milizie musulmane locali. I serbi avevano assediato la città, cercando di costringere gli abitanti alla resa per fame mentre nel frattempo conquistavano ed espellevano la popolazione dai paesi circostanti. Nel corso del 1993 la situazione di Srebrenica era diventata disperata: decine di migliaia di rifugiati vivevano in città dove non c’era quasi più acqua e cibo. Ad aprile l’ONU aveva proclamato Srebrenica una “safe zone” in cui entrambe le parti avrebbero dovuto interrompere attività militari e aveva inviato sul posto un contingente militare olandese. Nei mesi successivi entrambe le parti avrebbero violato gli accordi.
Nel pomeriggio dell’11 luglio, dopo giorni di combattimenti, le truppe serbo-bosniache al comando di Mladic entrarono in città. I caschi blu olandesi spararono qualche colpo in aria, ma non opposero particolare resistenza. Un accordo per l’occupazione di Srebrenica venne rapidamente raggiunto e il comandante degli olandesi lo firmò mentre brindava con Mladic. Poco dopo Mladic si fece riprendere mentre rivolgeva un discorso ai suoi concittadini serbi: «In questo 11 luglio 1995 siamo nella città serba di Srebrenica, facciamo dono di questa città al popolo serbo».
La mattina dopo circa 25 mila musulmani si erano radunati intorno al complesso occupato dai caschi blu olandesi. Fu in quelle ore che Mladic venne ripreso mentre camminava tra i profughi, rassicurandoli. Donne, anziani e bambini furono imbarcati su autobus e camion e cominciarono a essere trasferiti in un’altra base ONU ad alcune decine di chilometri di distanza. Ogni volta che un uomo o un ragazzo, fino a 14-15 anni di età, cercava di salire su uno dei camion veniva bloccato e portato in un complesso poco distante, chiamato la “Casa bianca”. Il motivo ufficiale era per verificare che non facesse parte delle milizie locali, ma la vera ragione era che dietro l’edificio, fuori dalla vista dei militari dell’ONU e degli altri profughi, i serbi avevano cominciato il massacro.
Per tutto il 12 luglio i militari olandesi e i rifugiati radunati intorno alla loro base assistettero a sporadici episodi di violenza. Alcuni uomini furono portati via e uccisi, alcune donne violentate. Sembravano uccisioni casuali, ma nascondevano il fatto che a breve distanza i miliziani serbi stavano portando avanti quello che i tribunali internazionali hanno definito un massacro «pianificato e coordinato ad alto livello». Mentre donne e bambini venivano trasferiti da Srebrenica, i militari serbi catturarono circa seimila uomini e ragazzi che avevano cercato di lasciare la città fuggendo sulle montagne e disperdendosi nei campi lì intorno. Altri mille uomini furono separati dal gruppo di donne, anziani e bambini che si trovava intorno al complesso dell’ONU. Altri 300, che avevano trovato rifugio all’interno della base, furono consegnati dagli stessi caschi blu.
Nelle 48 ore successive le esecuzioni procedettero in maniera precisa e uniforme. I gruppi di uomini appena catturati venivano prima portati all’interno di scuole oppure magazzini abbandonati. Qui gli venivano legate le mani dietro la schiena, venivano spesso bendati e gli venivano tolte le scarpe per essere certi che non riuscissero a fuggire. Dopo alcune ore di attesa i prigionieri venivano imbarcati su camion e autobus, spesso gli stessi utilizzati poche ore prima per portare via le loro famiglie dalla città. A quel punto venivano trasportati lontani dalle zone abitate, fatti scendere, messi in fila e uccisi con un colpo alla testa. I loro corpi venivano poi spinti con alcuni bulldozer dentro fosse comuni e sepolti. Da allora sono state scoperte decine di queste fosse comuni e i resti umani di più di 6.500 persone sono state identificati grazie agli esami del DNA. In tutto si stima che più di 8.100 persone siano state uccise a Srebrenica.

Pochi mesi dopo Srebrenica, quando l’entità del massacro non era ancora chiara, la NATO iniziò una massiccia campagna aerea contro le milizie serbe in Bosnia e contemporaneamente l’esercito croato lanciò una nuova offensiva contro l’esercito serbo. In breve i serbi furono costretti a trattare e la guerra terminò con gli accordi di Dayton firmati nel dicembre dello stesso anno. Mladic e l’allora presidente della repubblica serba di Bosnia, Radovan Karadžić, fuggirono e vennero arrestati soltanto molti anni dopo il massacro. Oggi sono ancora sotto processo con l’accusa di genocidio presso il tribunale dell’Aia istituito dalle Nazioni Unite per indagare sui crimini compiuto nel corso della guerra. Altri due ufficiali dell’esercito serbo-bosniaco sono stati condannati per la strage e uno dei due è stato condannato con l’accusa di genocidio.




L'OPERA
 
Dopo vent'anni da tutto ciò, mi è stata presentata quest'opera  e io ora la presento a voi.



SREBRENICA 1995



Erik Francesconi, autore del dipinto, sassolese d'origine ma montanaro d'adozione (vive e lavora a Montefiorino-MO) satura la tela di colore e ci propone tante figurazioni che rimandano a più vicende umane ed artistiche.


Tela di grandi dimensioni in cui campeggia la figura principale: un cavaliere di caravaggesca memoria, sia per i toni in cui viene dipinto, sia perchè come il Merisi che cercava protezione nei Cavalieri di Malta, anch’egli cerca sostegno nei caschi blu olandesi che, come abbiamo visto, non sono stati però altrettanto generosi...
Alle spalle del soggetto centrale distinguiamo, anche se coperto, il cavallo  della scacchiera, ovvero l' unico pezzo che non procede in modo rettilineo, emblema di ambiguità.
A lato del cavaliere compaiono: sulla sinistra, la bandiera olandese blu, bianca e rossa sorretta da  un putto dallo sguardo vuoto, da bambola; esso rappresenta il finto cordoglio successo ai fatti. A destra, vediamo un drappo rosso, simbolo dell’accaduto nefasto ed un infante che distende il braccio per allungare una spada, arma di una guerra di ideali religiosi. Al centro, dietro alla testa del cavaliere appare la bandiera dell'Europa Unita.
 L'autore utilizza colori brillanti, dipinge i soggetti  differenziando la diluizione del colore ed il tipo di pennellata ed inserisce elementi ripresi da punti di vista diversi ma nulla è dato al caso, tutto rientra in un suo  schema prestabilito.


Attraversano il quadro due linee: una orizzontale dove compare una sfera con un volto dagli occhi chiusi, un pensatore nudo di spalle, quasi una figura filosofale ed un anziano barbuto dall'aria profetica  che chiude la riga.  
In diagonale ci vengon presentate quattro sfere di cui il punto di partenza è sempre il ritratto con gli occhi chiusi mentre in tre di questi tondi  sono racchiusi ambienti di escheriana memoria, mondi osservati attraverso un fish-eye, spazi surreali, impossibili eppure tangibili e concreti come gli ambienti in cui viviamo…
Ultimo ma non ultimo notiamo che  tutti i personaggi voltano lo sguardo verso destra, l' Europa guarda la Jugoslavia.
Tutti tranne colui che osserva il quadro,  il primo spettatore... l' autore stesso.


Chiara Messori











giovedì 28 maggio 2015

JEAN DELVILLE E DELVILLE VS SKRJABIN







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JEAN DELVILLE

La scuola di Platone

«Gli uomini che amano il sapere sanno che la filosofia, prendendo la loro anima, dà ad essa consiglio e cerca di scioglierla, dimostrando che l’indagine che si conduce mediante gli occhi è piena di inganni, e così anche l’indagine che si conduce mediante gli orecchi e gli altri sensi, persuadendola ad abbandonare questi, se non per quel tanto che è necessario far uso di essi, ed esortandola a raccogliersi in se stessa e non credere a nient’altro che a se stessa
(Platone, Fedone, parla Socrate, 83 A)
Oggi voglio tornare un po' indietro nel tempo. Non sono mai stata, nè sarò mai amante delle cosidette avanguardie o correnti artistiche ma, andando a ritroso posso dire che mi sono state molto utili, sia per capire l'arte contemporanea che per titillare lo sguardo perdendomi nelle opere di alcune figure particolari e, sicuramente, Jean Delville è una di queste.
Artista belga egli fa parte di quella corrente definita Simbolismo, la sua idea di arte corrisponde a quella di evasione: è un'arte pura che si pone come antidoto alla banalità del vivere quotidiano.
Ho deciso di scegliere tre immagini, per me le più rappresentative dell'artista.
Partirò dalla Scuola di Platone.
L'opera, dalle dimensioni monumentali, era stata pensata per la Sorbona ma non vi fu mai installata. Al centro della scena, dipinta con irrealistici colori pastello, segno dell'influenza di Puvis de Chavannes, il massimo pittore-decoratore dell'epoca, campeggia la figura di Platone i cui connotati però ci riportano subito alla mente il Cristo attorniato da dodici figure, chiaro richiamo alla dozzina apostolica. L'androginia e le pose lascive dei giovani apostoli/efebi, il giardino idealizzato alle loro spalle, l'atmosfera rarefatta dell'insieme conferiscono alla scena un'atmosfera al contempo religiosa ed erotica. I nudi sono prendono spunto dalla statuaria classica per le pose ma sono resi manieristicamente, la composizione è frontale e simmetrica ma nonostante questi numerosi riferimenti questa visione del filosofo rimane ambigua, sospesa tra il sacro ed il profano, ci pone un dubbio senza darci la via d'uscita. 

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Il Tesoro di Satana, 1894 - Musee D'Orsay - Parigi

Un fiume di corpi incandescenti, quasi un magma primordiale che esce dall'abisso marino, lacerandolo e inondando il primo piano di questa tela. Il Tesoro di Satana si trova in fondo al mare, ed egli è il mostro marino che sovrasta questo tesoro fatto di carne umana, sormontandolo e travolgendolo in una sorta di spirale che lo domina. Lo sfondo, dai toni bruniti, quasi fosse stato incenerito da questa lava di corpi, sfonda lo spazio visivo e sembra fuoriuscirne. I corpi, benchè proporzionati, cedono alle volte ad un allungamento manieristico che contribuisce a rinforzare la loro dinamicità, come emerge chiaramente nella resa volumentrica della gamba oltremodo slanciata di Satana, centro della composizione. I peccatori, gente avida attaccata ai tesori materiali, i cosiddetti ‘bassi di animo, intrappolati nei tentacoli di Satana negli abissi marini, sono stati anche la copertina di "Blessed are the sick", album dei metallari Morbid Angel e non è un caso...


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 Prometeus

Quadri che sono suoni, suoni che sono quadri: un pittore e un musicista, Delville e Skrjabin, attorno al primo decennio del Novecento concertano il proprio lavoro al fine di unire sinesteticamente i rispettivi campi artistici, in un territorio comune che attinge alla danza come alla teosofia.

L'ultima opera che vi propongo è Prometeus. Essa è testimonianza di un rapporto tra due grandi artisti quali il pittore Delville ed il musicitsa Skriabin.
Fu un'autentica visione quando nel 1907, entrato nello studio del pittore Delville in Avenue des Sept-Bonniers a Forest, presso Bruxelles, Skrjabin s'imbatté nella gigantesca tela del Prometeo. Questo titano, che per Delville è il padre degli iniziati, inaugura la stirpe di Orfeo, Apollo, Rama, Krishna, Ermete, Mosè, Pitagora, Platone, Cristo.
Il mitico titano che aveva plasmato esseri umani simili agli dèi e che aveva rubato una fiaccola dal sole, portando così il fuoco agli uomini, diviene per il compositore il simbolo della lotta dell'anima contro la materia e della sua ascesa verso lo spirito. Folgorato dal quadro, Skrjabin mette mano alla sua sinfonia di colori, intitolata Prometeo. Il poema del fuoco. Quest'opera sinestetica dall'enorme organico con orchestra, doppio coro, organo, celesta, si avvale di un nuovo strumento, il "clavier à lumière", una sorta di pianoforte in cui a ogni tasto corrisponde un fascio di luce colorata. Nell'utopico progetto, questa luce, in sincronia con la musica, doveva inondare la sala e gli spettatori. Skrjabin costruisce una vera e propria tavolozza musicale, suddividendo la scala cromatica in dodici toni e associando a ognuno di questi un colore suonato e visualizzato dall'improbabile tastiera, inserita in partitura con il nome di "luce".

Skrjabin inizia la stesura del Prometeo a Bruxelles nell'aprile del 1909, due anni dopo l'incontro con il quadro di Delville e da questa musica, da questo ''autentico fuoco'', il pittore trae il suo secondo Prometeo per il frontespizio della partitura, in un percorso inverso, dal suono al quadro. Questa copertina, che segna la svolta di Delville dai temi wagneriani alle opere skrjabiniane, è un vero manifesto filosofico, pieno di rimandi teosofici e simboli esoterici. La fiamma tra le sopracciglia del dio, sede del terzo occhio, è simbolo di chiaroveggenza e tocca la quarta corda della lira, che allude all'intervallo di quarta su cui si fonda l'accordo prometeico. Nella mistica dei numeri il quattro è quello che indica l'Io, l'Uomo. Il doppio triangolo intrecciato, inserito nel sigillo in basso, rimanda all'unione di materia e spirito ed è circondato dal serpente che si morde la coda, l'ouroboros, che allude alla concezione ciclica del tempo, nel passaggio dalla vita alla morte, dalla morte alla reincarnazione, dal caos al "cosmos", dal dolore all'estasi (liberamente tratto da http://www.undo.net/it/magazines/1105991659#).
Chiara Messori
 



lunedì 18 maggio 2015

La vetrina del lunedì: La scultura costruttiva






LA SCULTURA COSTRUTTIVA


Pensavate di esservela schivata ma...non è ancora mezzanotte quindi posso ritenermi in tempo per stilare la mia Vetrina del Lunedì...
Protagonista di oggi è più che una vera e propria tendenza artistica un gruppo di artisti operativo negli anni ottanta  a Dusseldorf. La loro vita di comunità condotta abitando e lavorando iunsieme in una sorta di comunità sulla Hildebrandstrasse li ha cobndotti, seguendo le orme ormai imoietose di giganti dell'arte quali erano Marcel Duchamp, Joseph Beuys ecc. ad una sorta di ricerca comune.
Ludger Gerdes, Harald Klingelholler, Wolfgang Luy, Reinhrad Mucha e Thomas Schutte investigano lo spazio sociale, la funzione simbolica di certi edifici come i musei o le stazioni. 

Reinhard Mucha emerge nel corso degli anni Ottanta, egli elabora forme che alludono all’architettura e all’arredo interno per indagare un senso di profonda solitudine e perdita, un senso di lutto del Soggetto che si manifesta attraverso il riferimento agli spazi dell’Uomo, senza però raffigurare la persona umana.
Mucha costruisce le sue opere unendo materiali logori e trovati (vecchie porte, materassi, legni vari, belatom ecc.) con altri nuovi (feltro, legno, vetro ecc.). A volte crea effimeri agglomerati di oggetti che vengono smontati a fine mostra; altre volte crea durature e complesse installazioni di elementi che si relazionano al contesto espositivo, come nel caso di Mutterseeienallein (Solitudine) 1989, altre volte ancora crea sculture autonome sotto forma di pesanti teche vuote appese a parete, che evocano dispositivi per l’esposizione (bacheche, vetrine ecc.), come nel caso di Seelow – Fur Francois Robelin (Seeiow – Per Francois Robelin), 2003-2006 (vedi immagine). In questo genere di opere, Mucha sottolinea il peso e il dramma della storia moderna tedesca – i suoi progetti ma anche il suo crollo. II senso si trova proprio nel contrasto tra l’elaborata costruzione della “teca” e l’apparente vuoto che essa contiene. Dopo avere creato ogni nuova opera di questa serie, l’artista sceglie in maniera intuitiva un titolo traendolo da un elenco di 242 nomi di città tedesche con stazioni ferroviarie, originariamente raccolto nell’installazione/archivio Wartesaal (Sala d’attesa), 1979-1982; 1997.  Le “vetrine” – tutte opere autonome ma collegate in maniera invisibile al cuore pulsante che è l’archivio di nomi Wartesaal – si ispirano alle vecchie forme di segnaletica ferroviaria, in particolare ai cartelli che si trovano in cima ai binari e indicano la destinazione di un treno, oppure ai grandi tabelloni meccanici, con l’elenco dei treni in arrivo o in partenza. Evocano un periodo passato di grande attività industriale, pur suggerendo una distanza inesorabile da esso attraverso la loro immobilità e l’assenza di ogni indicazione o nome al loro interno.
Seelow – Fur Francois Robelin (Seelow – Per Francois Robelin), 2003-2006, è una di queste “vetrine”. Pesante come se un dipinto a parete si fosse trasformato in forma tridimensionale aggettante e aggrappata al muro, l’opera risulta dall’aver tagliato in due parti e poi unito una stoffa beige a strisce per materassi a vecchie assi di legno assemblate anch’esse a strisce, alternate a bande di feltro rientranti, chiuse frontalmente da un vetro serigrafato dall’artista. L’ovale serigrafato risale a un vecchio disegno d’infanzia di una pista per un trenino giocattolo. Mentre lo sguardo sprofonda nell’osservazione del feltro, al contempo la superficie in vetro riflette l’immagine dell’osservatore nello spazio antistante l’opera, e la serigrafia pone, invece e infine, lo sguardo dello spettatore stabilmente sul livello della superficie.
Nel 1989, Mucha crea a Napoli presso la galleria Lia Rumma la grande e complessa installazione il cui titolo tedesco è un’espressione che indica uno stato d’animo unendo le parole “madre”, “anima” e “solo”. Le sedici pesanti teche in legno, feltro, alluminio e vetro sono appese in basso sulle pareti, in modo da accentuare il loro peso, e sono illuminate da una serie di lampade al neon posizionate verticalmente.
Al centro di tutte le teche, esclusa una, si vede la fotografia in bianco e nero di una sedia vuota. Tutte diverse, le sedie sono quelle usate da custodi o stanchi visitatori di una mostra a Düsseldorf. Suggeriscono un grande e profondo vuoto, la solitudine di ogni individuo, eppure celebrano anche la poesia dell’attesa, la specificità di ogni sedia e di ogni persona (Liberamente tratto da http://www.castellodirivoli.org/artista/reinhard-mucha/#).

L'artista come i suoi "compagni di pensiero", pare muoversi sull'ondata letteraria creata dall'opera di Richard Sennet "Il declino dell'uomo pubblico" in cui non sono la freddezza, l'estraneità, l'impersonalità, ad impersonificare  i mali della nostra epoca, ma, piuttosto,  l'esasperata ricerca dell'autenticità e l'impoverirsi della vita pubblica. Questo libro di sociologia interpretativa del secondo Novecento coglieva, al di là delle mode del momento, tendenze fondamentali che caratterizzano la nostra società contemporanea. Si pensi solo al nesso tra la cultura del narcisismo e l'indebolimento dell'individuo che ha come esito l'uomo flessibile, infinitamente adattabile.... Sennet e con lui gli artsiti di Dusseldorf, volendo tracciare le linee di una storia del rapporto individuo-società nel mondo moderno, si spingono fino alla rottura dell'equilibrio tra pubblico e privato e alla deriva intimistica che paradossalmente svuota di significato anche la sfera personale. Così facendo essi ripercorrono la sfera sociale, combinando in un grande affresco il mondo del teatro e della strada, l'abbigliamento e l'urbanistica, la vita politica, artistica e amorosa. 
Chiara Messori