PIERO GUCCIONE
Sciclitudine
Questo lunedì prenderò a prestito le parole del noto critico d'arte Vittorio Sgarbi per farvi conoscere l'opera di un pittore italiano forse non notissimo come quelli storicizzati ma che vale la pena vedere: Piero Guccione.
Liberamente tratto da "Sciclitudine -
Modernità e sentimento della natura di Piero Guccione" in "Piero Guccione - Opere 1963/2008" - Skira 2008
Ho chiuso
tutti i libri per leggere solo il libro della natura, diceva Jean
Jacques Rousseau nella Profession de foi.
Rousseau non era il solito ignorante, un evangelico povero
di spirito che, accampando le scuse più varie, voleva giustificare la
renitenza alla lettura. Di libri, Rousseau, ne aveva letti tanti, come
pochi altri. Era, del resto, un illuminista, e come tale credeva nella ragione
come strumento massimo di conoscenza, ma non nel progresso e nella
cultura, che per Voltaire dovevano essere considerati i figli prediletti
della ragione. Per Rousseau, la ragione non doveva servire ad andare
avanti, ma a tornare indietro. Allo stato di natura, quello in cui
l'uomo poteva recuperare la sua bontà di fondo, corrotta dalle
degenerazioni della civiltà.
Il selvaggio è buono, sosteneva Rousseau.
Filosoficamente, Piero Guccione è un neo-illuminista alla
Rousseau, anche se più disincantato del suo illustre predecessore,
dotato, come è, di siculissimo senso della scepsis. Non credo pensi che
si possa davvero tornare a uno stato di natura originario, né che il
selvaggio sia sempre buono. Pensa, però, che il ritorno alla natura,
minacciata nella sua integrità dalla volgarità del consumismo e da una
massificazione sempre più invadente, sia comunque una necessità primaria
delle nostre anime. Pensa che la natura, anche se non totalmente buona,
anche se non più totalmente pura, debba ugualmente rimanere, oggi come
ieri, l'argomento privilegiato delle nostre meditazioni. La possibilità
di cogliere il senso del tutto, fosse anche solo per intuizione
effimera, occasionale, instabile nelle sue manifestazioni, ricade nel
nostro modo di porci in rapporto con la natura. Fuori da questo
rapporto, ci è preclusa qualunque facoltà di comprensione dei
massimi sistemi.
Dunque, volgiamo lo sguardo e la mente nella giusta
direzione, riprendendo un discorso mai esaurito, probabilmente mai
esauribile. Guccione lo aveva iniziato a Roma, in modo non ancora
esplicito come sarebbe stato successivamente, condizionato, come era,
dall'impellenza dell'istanza moderna. Una modernità più di visione che
di concezione: Guccione pensava antico, come Giorgione, come Friedrich,
ma vedeva con un obiettivo fotografico – grandangolare o tele, a seconda
delle necessità – o un parabrezza convesso di automobile, al posto
dell'occhio. Non tanto per la fedeltà mimetica al dato oggettivo, quanto
per la varietà e l'anomalia delle inquadrature, capaci di conferire un
valore aggiunto, di disorientamento percettivo e di straniamento
psicologico, alle immagini. Tanto da
fare apparire le sue nature doppiamente filtrate, contaminate nel
recettore ottico non meno che dai segni del consumismo moderno, come
iconografie conciliabili con i dettami della Pop Art italiana, in modo,
per la verità, non del tutto lecito.
Man mano che le esplorazioni continuavano, però, Guccione
avvertiva in maniera sempre più contraddittoria il rapporto fra la
natura e la civiltà industriale. Come se la prima, punctum ideologico
della nostra civiltà più autentica e storicamente longeva, fosse
diventata la vittima predestinata della seconda. Come se la civiltà
industriale, insomma, si fondasse anche teoricamente sull'annullamento
della natura, a partire dal suo aspetto tradizionale. Così, se prima il
moderno era diventato una componente, ormai ineludibile, del nuovo
paesaggio contemporaneo, ora la simbiosi si era fatta sempre più
stridente, in un contrasto che non era più solo visivo, ma concettuale.
Bisognava prendere posizione, difendere il più debole, prima che fosse
troppo tardi. E non sposando le parti del corpo e della materia,
l'ecologia, ma quelle della mente e dell'anima, l'ecosofia, la poesia
panica. Guccione rinuncia a Roma, torna nella sua terra, facendo
coincidere il nostos delle sue origini familiari con quello della natura
ancora incontaminata, il personale con il collettivo, la memoria con il
mito.
Scicli è il centro del mondo, non c'è bisogno di vedere
altro, fra Ragusa e la spiaggia di Sampieri c'è tutto il libro
rivelatore di Rousseau. C'è solo da cercare e, una volta trovato,
concentrarsi su ciò che si vede, nel tentativo di cogliere la massima
tangenza fra apparenza e sostanza, ovvero fra fisica e metafisica.
L'occhio rimane moderno, da epoca della riproducibilità di massa.
Guccione non lo rinnega; l'occhio moderno non è più un
semplice strumento, è diventato mentalità, sensibilità specifica, parte
integrante del pensiero.
Il telos, semmai, rimane antico: recuperare il sentimento
della natura per capire la vera
collocazione dell'uomo nell'universo. Recuperare la realtà della natura,
la sua solarità mediterranea, a Roma solo agognabile, la sua purezza
primordiale. Recuperare il senso goethiano del sublime, il senso
leopardiano dell'infinito, come l'ultimo dei romantici. Recuperare la
poesia delle cose, nella corrispondenza espressiva fra interiore ed
esteriore, come distillato spirituale del mondo.
Guccione dipinge il
vento, le nuvole, il frangere della risacca, la luce che precede il
tramonto, a lui interessa l'assoluto, senza dubbio alcuno.
L'assoluto immanente nella natura, il celeste contagiato di terra, mai
totalmente puro, che va scattivato, come dicevano una volta gli
scalpellini, per liberare la pietra preziosa dalle inevitabili impurità
umane. Come un maestro zen, fra Sicilia e Giappone, Guccione si propone
di contemplare l'assoluto, cercando, con mestiere tecnico straordinario,
l'essenza nella lampante semplicità di ciò che vede. Nello spontaneo
esprit de géometrie dei paesaggi, razionale, modernissimo, ma certamente
più vicino a Corot che a Cézanne, per il quale tutto si ordina e si
distribuisce, come un'idea platonica, una ragione insita nelle cose. Nel
logico simbolismo di una linea d'orizzonte, che dovrebbe separare
entità profondamente differenti fra loro, il cielo, il mare, la terra,
ma che invece le sfuma, facendo prevalere la continuità sulla
distinzione, la fluidità sulla chiusura.
Non so se, alla fine di questo à rebours verso il puro
originario, della natura e dell'anima, Guccione pervenga all'intuizione
della religione, come capitava a Rousseau. Se è così, non si tratta di
una religione spiritualista, assolutamente convinta della
trascendentalità della materia. Non vedo, in lui, trasporti esuberanti
di misticismo, senso soverchiante del soprannaturale. Vedo, piuttosto,
nelle sue straordinarie rarefazioni di natura, impegnate a dimostrare
l'immanenza divina oggettivando flou di natura e di sentimento sempre
più impalpabili, l'esito di una progressiva sublimazione dei sensi che
conduce, dall'iniziale piacere percettivo, a una condizione di
sostanziale atarassia, a un Nirvana mentale, al silenzio contemplativo
come massimo appagamento possibile. La verdad deve essere anche dentro
di noi, non solo fuori. La verdad è la percezione dello zero, il sapore
del vuoto, della mancanza di finalità preordinate, versione aggiornata
del sentimento della natura di matrice romantica. La verdad è la
contemplazione della contemplazione, senza un prima e un dopo, un
davanti e un dietro. Una beatitudine fredda, in direzione opposta
rispetto al calore ibleo da cui si era iniziato, ma di eccezionale
lucidità psichica. Eventualmente con una punta di spleen, estremo
residuo di un romanticismo mai totalmente sopito. Sciclitudine.