venerdì 11 ottobre 2019

DI-SEGNO IN-SEGNO Mostra di A. Caputo e C. Tumminia







Lo Spazio culturale MADONNA DEL CORSO, sito in via Claudia 277 a Maranello ospiterà, nella settimana dal 12 al 20 ottobre 2019, la mostra DI-SEGNO IN-SEGNO; bipersonale degli artisti Antonio Caputo e Cetti Tumminia.
L’edificio, nato come convento francescano nel 1653, divenne poi chiesa, officina artigianale e, grazie ad un restauro/recupero voluto dal Comune di Maranello, aprì le sue porte come spazio culturale nell’autunno del 2005.

La tecnica pittorica magistrale dei ritratti e della figurazione di Antonio Caputo, classe 1976, risente dell’influenza del suo docente accademico Omar Galliani anche se i colori caldi di cui la sua opera è intrisa, ci riportano alla mente i muri degli affreschi pompeiani conditi con un ricordo manierista alla Bruno D’ Arcevia, da cui è stato per anni a bottega. Queste figurazioni si sposano con i bianchi e neri dei disegni iperrealisti di Cetti Tumminia, classe 1977.
La sua ricerca privilegia la grafite ma sperimenta, al contempo, molteplici supporti e diversi mezzi pittorici. L’artista mette inscena un caleidoscopio di personaggi, per lo più femminili, che rappresentano gli stati d’animo insiti in ognuno di noi. 

DI-SEGNO IN-SEGNO, con questo gioco di parole gli artisti svelano il loro intento. La loro prima intenzione è quella di mostrarsi e mostrarci la loro arte attraverso le opere, i DISEGNI per l’appunto, che sono SEGNI distintivi del loro “sentire” e vedere il reale, ma non solo, infatti da lunedì 14 a domenica 20 Ottobre, gli artisti in qualche modo INSEGNERANNO, cioè realizzeranno le loro opere dal vivo rendendo così fruibile il processo produttivo a chi avrà la curiosità di vedere come si materializzi l’opera d’arte attraverso l’ esecuzione di opere ad olio su tela e opere in grafite su carta. 

Orari Aperture
Vernissage Sab. 12 Ottobre h 17 – 19
Mostra | Open Studio
12 – 20 Ottobre 2019
Lun/Ven 10:00 - 12:30 | 17:00 - 19:00
Sab/Dom 10:00 - 13:00 | 15:00 - 19:00
(Open Studio non attivo Sab.12 e Dom.13)


ANTONIO CAPUTO
“Cielo grande cielo blu”
(Augusto Daolio, Nomadi)

Per descrivere l’opera di A. Caputo parto dalle parole del grande pittore, poeta nonché voce dei Nomadi, Augusto Daolio. Apparentemente lontani, invece, i due artisti hanno avuto modo di conoscersi e Caputo è stato influenzato da Daolio per ciò che concerne i cromatismi digradanti proprio dei cieli nelle sue tele. Inoltre, come il cantante scomparso,  anche la mano dell’artista in mostra è guidata da una grande fantasia, che lo porta alla ricerca di un mondo quasi magico.

La tecnica pittorica magistrale dei ritratti e della figurazione di Antonio Caputo, di origini calabresi ma reggiano d’adozione, classe 1976, risente dell’influenza del suo docente accademico Omar Galliani. Troviamo infatti, nelle matite di Caputo, una rielaborazione, in piena libertà, di soggetti mutuati da iconografie classiche. I suoi ritratti e le figure seguono temi di pura fantasia a cui l’artista dà l’aspetto visionario di apparizioni inserendo animali o particolari anche stranianti. Ma, mentre Galliani fa “svanire” alle volte i suoi soggetti nel prevalere di una luce o facendoli  sprofondare nel nero che tratta con tanta maestria, Caputo li mantiene “fluttuanti” sul foglio da disegno, quasi ci volesse dare l’impressione di vedere una realtà “parallela” in cui queste immagini siano veramente possibili. E ancora, nei dipinti ad olio di questo ultimo decennio in mostra, sopravvive il tema del volto, scolpito da violenti e caravaggeschi chiaroscuro, come nel Maestro di Montecchio Emilia.

Con le opere ad olio, appunto le suggestioni derivate da altri autori, si addensano. I colori caldi di cui queste opere sono intrise, ci riportano alla mente i muri degli affreschi pompeiani conditi con un ricordo manierista alla Bruno D’ Arcevia, da cui è stato per anni a bottega. 
Torniamo, viaggiando con la mente, alla “Bottega dell’artista”, a quel “nuovo Manierismo” che nacque a Roma nei primi anni ottanta, nel contesto della Transavanguardia, con l’obiettivo di recuperare la grande tradizione pittorica del Rinascimento e le tecniche del Manierismo cinquecentesco (Pontormo, Rosso Fiorentino, Del Sarto). 
Infatti fu la crisi della figurazione, dalle Avanguardie storiche alle ultime tendenze post-belliche, che suggerì ad un numeroso gruppo di artisti italiani (Anacronismo, Pittura Colta, Ipermanierismo, ecc.)una sorta di ritorno al mestiere di pittore, all’uso dei pennelli e dei materiali tradizionali per promuovere una rinnovata e proficua stagione, dove l’invenzione non prescinde dalla qualità del manufatto. Ed è proprio questa la peculiarità delle sue opere. Nonostante la sua giovane età, le tele di quest’artista richiamano immediatamente ad un’espressione artistica che si dissocia dalla successione temporale in cui è collocata; è piuttosto leggibile non come progressione espressiva, ma come spirale che si distende senza perdere di vista i contorni più antichi, il centro; la vera arte è sempre contemporanea, continua a trasmettere tutta la sua ricchezza quando riesce a rinnovare la sua visione.
Non dimentichiamo però che comunque l’artista riceve anche le suggestioni del suo tempo e sceglie dei PADRI pittorici, ad esempio il modenese Wainer Vaccari. Da lui Caputo introietta un certo gusto per la pittura manierista di stampo nordico ed una sua cifra stilistica che oscilla tra soggetti fantasiosi, ma tradizionali, e figure trasfigurate. 
Le opere esposte in questa sede coprono un arco temporale di dieci anni (dal 2009 al 2019) e chiudono un ciclo. La maggioranza di ritratti presenti non connotano però il pittore come “ritrattista” comunemente inteso in quanto non sono realistici in toto; c’è sempre qualcosa di “non completamente definito” che porta alla ribalta una vasta gamma d’interpretazioni. 
La tematica trattata fin ad ora da Caputo appartiene ad un suo bagaglio culturale che potrà essere anche ripristinato in futuro ma che, ad oggi, si sta dirigendo verso la rappresentazione della figura umana in generale, contestualizzata in diversi ambiti, con un interesse in particolare verso un vecchio o un nuovo immaginario mitologico. Infine la sua attenzione si sposterà anche su parti del corpo specifiche dipinte in modo da farne emergere alcune particolarità.



CETTI TUMMINIA

“Ombra è il termine per il quale intendono quel colore più o meno scuro, che degradando verso il chiaro, serve nella pittura per dar rilievo alla cosa rappresentata”
Ernst H. Gombrich

Prendo in prestito queste parole dello storico dell’arte Ernst H. Gombrich per immergermi nell’opera di Cetti Tumminia, sassolese, classe 1977. 
Le sue opere sono veri e propri “dipinti” in cui la componente del bianco e nero la “fa da padrone”. Il suo è un segno che si trasforma, diventa altro da sé, parte tracciandosi a volte in modo netto e così rimane, mostrandoci la sua vera essenza, oppure invece diventa qualcosa d’indistinto; viene a tal punto controllato da risultare difficilmente rintracciabile. 
L’artista, in quest’esposizione presenta un progetto che la spinge a comunicarci qualcosa di più di una “bella immagine”. Tumminia lavora, al contempo, sul concetto di responsabilità di un messaggio/media che vuole andare oltre i confini dell’immagine stessa.
Le sue visioni partono da una volontà: far emergere la luce.
Essa, artisticamente parlando,  trova la sua massima espressione nell’interdipendenza con l’ombra. Quest’ultima è la complementarietà con gli opposti; la condizione che crea unità: caldo-freddo, maschile-femminile, giorno-notte.
Infatti una superficie bianca o nera senza indicazioni che ne descrivano lo spazio, è una superficie inerte, non ha vibrazioni, è senza vita. E’ la diversità di contrasto, la contrapposizione, a generare altro nuovo da sé.
Tumminia usa la matita come media principale ma contamina il suo segno con gesso, a volte usa la pittura ad olio, si serve di tocchi di colore realizzati con pastelli morbidi; tutto ciò “completa” il messaggio dell’opera, donandole maggiore profondità. 
L’artista sceglie cosa comunicare, come comunicarlo e come usare i supporti-media che qui si strutturano come un suo personale linguaggio e, quindi, parte  fondamentale del messaggio. 
Per l’ artista l’ombra illumina quello che è nascosto: l’epifania del vero, della bellezza.
Ed ecco che l’esperienza estetica si prefigura non solo come veicolo di ricezione e conoscenza ma anche come paradigma di senso. Ciò coincide con la dimensione della speranza che Hans Robert Jauss trova in ogni autentica esperienza estetica. 

“Questa speranza può essere giustificata se si mostrano gli effetti delle tre funzioni dell’agire umano là dove, nell’attività estetica, la tecnica diventa trasparente come poesis, la comunicazione come katharsis e l’immagine del mondo come aisthesis nell’esperienza dell’arte che, insopprimibile ed ininterrotta nell’avvicinarsi dei rapporti di dominio, percorre la via della formazione estetica” (Jauss, 1987, p. 14).

E sembra essere proprio la Speranza, intesa come rinascita, capacità di proseguire il difficile cammino della vita pur con tutte le preoccupazioni e le riflessioni che ciò comporta, ciò che fa progredire l’artista. Tumminia ci invita a guardare dentro un caleidoscopio di personaggi femminili che ci chiedono di provare ad entrare nel loro mondo, di leggere i loro stati d’animo.  Dobbiamo soffermarci, osservarle bene perché questo mondo femminile propone molti spunti di riflessione…
Dalla riflessione sullo stato disastroso in cui versa il nostro ecosistema a quella sulla condizione di fragilità in cui si trova ancora oggi a vivere ed operare l’universo femminile; dal racconto di una passione agli ostacoli per realizzarla. 
Questa serie di lavori, “uscendo dall’ombra” (interiore ed esteriore), si rivelano in tutta la loro potenza espressiva, attraverso esperienze di tecniche, di materiali, di abilità, di studio, formano un humus denso, profondo, intriso di significati nascosti. Una sostanza piena di senso che non può essere spiegata a parole… un senso diverso che ci propone di vivere la vita nella sua pienezza, nella comprensione del vero e del bello perché come diceva il principe Myskin ne “L’Idiota” di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo” e noi un po’ ci crediamo ancora…
L’artista attualmente sta dirigendo la sua ricerca verso nuove forme di rappresentazione e, nella settimana di open studio, partendo appunto da questa nuova sperimentazione e utilizzando le tecniche ormai da lei consolidate, creerà nuove figurazioni. 
Chiara Messori 

  

giovedì 13 giugno 2019



DENTRO CARAVAGGIO
(Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Milano 1571 – Porto Ercole 1610)

"Dentro Caravaggio" è un viaggio, condotto da Sandro Lombardi, attraverso i diversi luoghi caravaggeschi: Roma, Napoli, Malta, la Sicilia, tutte quelle terre in cui il pittore e le sue inquietudini hanno lasciato traccia concreta.
Questo film-documentario, diretto da Francesco Fei, ha come  
tappa di partenza il Sacro Monte di Varallo. 
Complesso devozionale concepito nel 1481 dal beato Bernardino Caimi, francescano dei Minori Osservanti. Egli, ritornato dalla Terra Santa dove era stato custode del Santo Sepolcro, decise di riprodurre una Gerusalemme in scala ridotta sulla collina sopra Varallo. L'obiettivo era creare un percorso pedagogico e devozionale in grado di instillare l'amore per le Scritture attraverso il coinvolgimento emotivo. 
I personaggi raffigurati appartengono al contesto quotidiano e ognuno riveste un ruolo unico e speciale.  Gli stessi Cristo e Maria sono ritratti come abitanti del borgo, autentici e alla portata di tutti, celestiali e terreni al tempo stesso. E' proprio in questa dimensione di "immanenza nella trascendenza" che si nascondono, almeno in parte, le radici dell’arte di Caravaggio.
Tutto è come sospeso nel tempo, in una sacralità percepibile nel raccoglimento e nel silenzio.


Cappella della Salita al Calvario – Foto Wikipedia


Nel film, il personaggio- guida, ci introduce alla visione del complesso in modo inusuale. Illuminandone a torcia degli stralci egli ci immerge nel "mondo di Varallo"; coglie l'espressività dei personaggi raffigurati e ce li presenta quasi emergessero dalle tenebre creando così un parallelo con i dipinti del Merisi. 

Immagine correlata


Caravaggio in questa sede viene più volte definito "anticipatore del cinema e della fotografia" proprio per la sua capacità di usare la luce. Le scene da lui ritratte sono come istantanee, stralci di vita quotidiana ripresi da punti di vista inusuali e con tagli prospettici mai visti prima. Rappresentativo in tal senso è il dipinto:"Il Ragazzo morso da un ramarro", immagine della locandina del film. 
E' uno dei più significativi capolavori giovanili di Caravaggio eseguito su tela intorno al 1595, all’inizio del suo periodo romano.


Con splendidi dettagli da natura morta e straordinari effetti luministici si coglie il momento un cui il giovane si ritrae improvvisamente per il morso di un ramarro. Il pittore qui ha vent'anni ed è appena arrivato a Roma. È un Merisi  affamato di baldoria, bordelli e contratti. Qui il pittore mostra lo stupore e paura per la lucertola attaccata al dito da parte di un adolescente effeminato dei bassifondi romani. Il volto, dai tratti grevi, è scolpito dalla luce così come la sua spalla "lussuriosa".

Il giovane critico Roberto Longhi seppe da subito riconoscere la portata rivoluzionaria della pittura del Merisi, così da intenderlo come il primo pittore dell’età moderna.

L’artista, disprezzato nel suo tempo (Poussin arriverà a dire: «questo è venuto ad ammazzare la pittura»), a lungo dimenticato, viene esaltato da Longhi come «il primo pittore dell’epoca moderna». «Ecco un pittore umano piuttosto che umanista; in una parola popolare», scriverà Loghi.

La sua "popolarità" intesa non come fama, bensì piuttosto come capacità di rappresentare il mondo così com'era,; trova la sua massima espressione nelle tele de "Le sette opere di misericordia" (1606/1607).


Sette opere di misericordia Caravaggio analisi

Opera realizzata per l’istituto della Congregazione del Pio Monte, poiché, grazie all’intercessione di quest’ultimi, lo stesso Caravaggio riuscì a scappare da Roma indenne, dato che era ricercato a causa di alcuni problemi che ebbe nella città.
Questo imponente lavoro di Caravaggio  si trova a Pio Monte della Misericordia a Napoli, pronto per essere ammirato dal grande pubblico; inoltre, nello stesso luogo, si può consultare il contratto che venne stipulato per la realizzazione di questo quadro (pagato 470 ducati) riguardanti le opere di misericordia spirituale.
Stando al Vangelo di Matteo, sette sarebbero il numero di richieste fatte da Gesù per ottenere il perdono dei peccati ed accedere al Paradiso.
Le opere misericordia sono:
  1. Dar da mangiare agli affamati.
  2. Dar da bere agli assetati.
  3. Vestire gli ignudi.
  4. Dare rifugio ai pellegrini.
  5. Visitare i malati.
  6. Visitare i carcerati.
  7. Seppellire i defunti.
Nella composizione, seppur la scena possa sembrare confusa, in realtà ci sono diversi gruppi che si possono individuare.
Nella parte più alta della scena notiamo la Vergine con il Bambino in braccio; la coppia è scortata da due angeli, appena visibili, i quali dominano dall’alto il quadro.
La prima opera di misericordia: dar da mangiare agli affamati e visitare i carcerati, è riassunta in una piccola scena sul lato sinistro della tela.
L’uomo che si sta nutrendo dal seno della donna è Cimone, il quale, secondo la storia, venne condannato a morire di fame all’interno del carcere.
Cimone riuscì a salvarsi però, grazie al nutrimento che gli venne fornito dal seno della figlia e, al termine della storia, venne liberato.


La seconda opera di misericordia: dar da bere agli assetati è rappresentata da un uomo dalla pelle scura e poco illuminato, il quale si trova in secondo piano sulla sinistra della scena. Dai pochi dettagli che emergono, l'uomo è identificabile con Sansone, ritratto nel momento in cui sta bevendo acqua da una mascella d’asino: questo particolare è stato estratto dall’aneddoto secondo cui, Sansone, riuscì a sopravvivere nel deserto grazie al Signore, il quale fece sgorgare acqua dal nulla.


La terza opera: vestire gli ignudi e visitare gli infermi, è rappresentata in un'unica scena da un gruppo d'individui, sulla sinistra della tela. Si può notare un cavaliere che sta donando un mantello ad un povero uomo ritratto di spalle (azione che rappresenta “vestire gli ignudi”). Anche nella seconda opera di misericordia, si  fa riferimento sempre alla stessa scena, dove il cavaliere si avvicina all’uomo storpio sulla sinistra.
Dalle fonti apprendiamo che un cavaliere che abbia compiuto tali imprese sia stato identificato con San Martino di Tours.

L'azione : dare rifugio ai pellegrini, si può individuare nel gruppo che si trova sulla parte più a sinistra di tutta la scena in cui campeggiano due persone accanto al cavaliere San Martino di Tours.
Facendo attenzione, alla sinistra di Sansone, si scorge un uomo intento a dialogare con un altro (che indossa un vistoso cappello), mentre indica un punto fuori dalla scena.
Accanto all’uomo con il cappello si intravede il profilo di un inviduo che suggerisce di seguirlo: l’uomo con il copricapo probabilmente rappresenta un pellegrino, per la presenza della conchiglia sul cappello (simbolo del pellegrinaggio a Santiago de Campostela).
Seppellire i morti: l’ultima opera di misericordia si trova sul lato destro della composizione accanto a Pero, la figlia di Cimone, dove si scorgono i piedi di un defunto. Alla sinistra dei piedi si vede un uomo pronto a sollevare il cadavere per trasportarlo, mentre un altro lo accompagna con la fiaccola, unica fonte d' illuminazione per l’intera scena.

Questa è una delle  opere più complesse di tutta la sua carriera. Qui l'artista si pone in una "dimensione limite" fra il mistico e l'erotico. A Napoli l'artista sviluppa ed esprime appieno il suo "genius-loci"; egli riesce infatti a dialogare con l'ambiente napoletano e con i suoi abitanti in modo del tutto spontaneo, vero, vivo. I suoi quadri colgono i momenti della quotidianità, sono flash, istantanee del suo tempo. Se fosse vivo oggi probabilmente il Merisi sarebbe un regista, proprio per la sapienza con cui riesce a coniugare l' uso della luce (usando anticipatamente, per il suo tempo, una luce quasi artificiale) alla rappresentazione di scene in movimento.

Nei suoi quadri c'è questo e molto altro...c'è un'attrazione che, a volte, ha le sue radici nella crudeltà della scene raffigurate come nel "Davide con la testa di Golia" (1609/10) e in "Giuditta e Oloferne" (1597).

David holding the head of Goliath by Caravaggio (Rome).jpg


Anticipatore del cinema, egli riduce la distanza fra i vivi e i morti, fra i nobili e la gente comune, fra il sacro ed il profano portando tutto sullo stesso piano, quello dell'immanenza...
Amato da tutti, indistintamente, ancora attualissimo malgrado morto più di 400 anni fa (nel 1610) resta di una potenza unica. La sua lingua così esistenziale ci ricorda che l’immanenza del mondo è fonte, sì di emancipazione dell’uomo, ma anche di scoperta della sua piccolezza nel cosmo; come se la vita umana fosse solo un'esangue, grigia dimensione corporea dell'arte. 

Questo film documentario mi lascia con lo stesso punto interrogativo di Longhi; un interrogativo irrisolto e, ad oggi, di notevole fascinazione:
"In quali zone soleva extra-vagare il cervello di Caravaggio?"


Chiara Messori

lunedì 5 novembre 2018

La Vetrina del lunedì - DIVERSI MA AFFINI SUGLI APPENNINI




LA VETRINA DEL LUNEDI'


Salve a tutte/i, dopo qualche mese di silenzi e latitanza vorrei riprendere le vecchie e sane abitudini ed ho pensato che sarebbe bello "riscaldarci" la mente insieme, e deliziarci la vista, ricordando un po' delle belle cose successe e viste durante le passate vacanze estive...
Direi quindi di ritrovarci nella nostra "Vetrina del lunedì" dove vi racconterò come me la sono passata (bene) durante le vacanze estive e cosa ho potuto vedere...

In primis vorrei ricordare la mostra da me curata e fatta nelle cantine dell'ex-chiesolina di Pievepelago (MO); meraviglioso spazio resomi disponibile dall'Associazione culturale "Le Vie" e dalla mia amica e promotrice del luogo, Monica Bellei.







Diversi ma affini sugli Appennini per l'appunto...


 L'entusiasmo e la caparbietà con cui Monica riesce sempre a coinvolgermi nei suoi progetti l'hanno avuta vinta per l'ennesima volta...Diversi ma affini partiamo da qui...questi artisti (di cui purtroppo non tutti sono potuti essere presenti) sono eterogenei  per la varietà dei mezzi attraverso cui si esprimono; alcuni usano il colore acrilico, altri le matite colorate, altri ancora mixano penne a sfera, pennarelli, inchiostri ma il loro comune denominatore, la cifra stilistica che li contraddistingue è l' Illustrazione.
Sì, perché questa è una mostra/mercato di illustratori, dove lo spettatore può guardare le opere, accostarsi, scrutarle fino quasi ad immergersi dentro le stesse. Non ci sono solo opere bidimensionali ma anche manufatti, come le sedie dipinte e i vasi di cemento plasmati e dipinti da Letizia Ballotti, artista pavullese;  le tavolette di legno, quasi dei bassorilievi contemporanei di Valentina Maini, artista bolognese; le magliette serigrafate di Daniele Folegatti e quelle stampate con le immagini tratte da una rivisitazione di "Alice in wonderland"di Morticino (Lia Mariani); e ancora un bizzarro album da colorare con gli "uomini baffuti e barbuti" di Naki, artista bergamasca.

Per chi non ha potuto esser presente propongo qui un piccolo tour guidato con alcune foto dell'evento.

Partiamo come a scuola, in ordine alfabetico, da BALLOTTI LETIZIA:

Modenese, vive tra Pavullo e Montecreto. Lavora per lo più come pittrice ma si cimenta anche nell'illustrazione e nella decorazione di complementi d'arredo. 
Le sue tele, raffiguranti teste o corpi di animali, sono realizzate a matita in bianco e nero, oppure con pastelli colorati e campeggiano su sfondi di texture geometriche dalle forti tinte, dipinte in acrilico. Sempre gli animali, anche fantastici come nel caso del drago, sono i soggetti raffigurati sulle sedie e le texture geometriche ritornano sui vasetti porta piante in cemento, interamente fatti a mano dall'artista.
In mostra abbiamo poi una serie di studi sul corpo umano e sullo sguardo realizzati dalla Ballotti durante i suoi studi presso l'Accademia di Bologna.




Passiamo poi a DANIELE FOLEGATTI

Vive e lavora a Modena. Ex allievo dell'l'istituto d'arte "A. Venturi", successivamente frequenta la scuola Comix di Reggio Emilia. Per l'occasione espone un discreto numero di opere. Sono illustrazioni originali su carta, realizzate con penna bic e pennarelli scarichi nel caso dei “registi", sempre a bic son fatti gli animali antropomorfi, tutti di sua invenzione. Usa invece una tecnica mista (penne a sfera colorate, pennarelli pantone e brush) per le opere a colori. Gli antropomorfi sono animali con una “storia" o che ci lanciano un messaggio; il Toro, possente e muscoloso,  non si può muovere perché circondato oggetti fragili, la lepre non può più correre perché è in carrozzina ma ha un quadrifoglio vicino, e quindi è lo stesso fortunata, la lenta tartaruga può sfrecciare veloce ora sulla sua lambretta. Abbiamo poi due opere di dimensioni maggiori che rappresentano entrambe la “sacra famiglia". In una i genitori sono due tartarughe, simbolo di purezza d'animo e saggezza, mentre nell'altra sono due scimmie. L'autore fa cortocircuitare due credi, quello cristiano  e quello scientifico,  riguardanti l'origine della specie senza darci nessuna risposta ma lasciandoci semplicemente “In adorazione" come si stava un tempo davanti alle pale l’altare.







Le sue opere sono visibili su YouTube digitando Daniele Folegatti Artworks.
https://youtu.be/CnHfEa7AWmQ


Autoctono è poi l'artista PIERO GARAU
Espone acquerelli dove raffigura paesaggi montani ma anche interni di case, soffermandosi su alcuni particolari presenti in tutte le abitazioni come nel caso dell' opera “Natura igienica". Ironizza con lo spettatore attraverso i titoli dei lavori esposti: “Interni vicini/”esterni vicini" e ancora “Interni lontani/Esterni lontani". Inoltre l'artista ci mostra anche una tavola-fumetto  fotografica in cui celebra in modo festoso e divertente il compleanno centenario di sua madre.

Proseguiamo con la bolognese VALENTINA MAINI.

L'artista si divide tra questa città e Parigi. Come scrittrice, ha pubblicato diversi racconti e la raccolta di poesie “Casa rotta”, nel 2016. Come illustratrice, collabora con la bottega artigiana RiSalto, a Bologna, e con lo studio di architettura D’Atelier nella sperimentazione di un nuovo linguaggio figurativo. Sta lavorando a un libro di poesia e illustrazione.
In quest'occasione espone le sue tavole di legno, una sorta di bassorilievo contemporaneo dove campeggiano le sue figure. Donne esili dai lunghi capelli, realizzate a china, che volteggiano in una danza coinvolgente. Le sue sono raffigurazioni senza tempo, legate alla natura, alla terra e ad un immaginario delicato ma profondo che invita l'occhio riducendolo con la raffinatezza delle sue linee.





Lia Mariani, in arte MORTICINO, vive e lavora a Sassuolo. Specializzatasi come illustratrice,  qui l’artista espone una serie di stampe da lei realizzate per una versione del noto libro “Alice nel paese delle meraviglie". Lia lavora su carta, per lo più con tecnica a pastello ed i suoi lavori propongono una versione inedita ed originale di Alice e dei bizzarri personaggi della sua storia. Inoltre espone anche illustrazioni originali di animali realizzate a pastelli su carta ed il cui sfondo è ad ecoline, una sorta di acquarello dalle tinte più brillanti.



A concludere l'esposizione è il lavoro di NAKI
Illustratrice di Bergamo, ci diverte con il suo “uomo barbuto o baffuto" , un personaggio di sua invenzione che è  praticamente privo dei tratti principali che connotano ognuno di noi. Infatti ha due piccoli cerchi al posto degli occhi, il suo naso è una linea dritta e la bocca non è mai mostrata in quanto sempre nascosta da baffi o barba, ma, paradossalmente è immediatamente riconoscibile. In mostra abbiamo diverse stampe che ritraggo quest' uomo in varie versioni, dall'aviatore al torero, al marinaio sdraiato in posa da pin up all’ ‘interno di una coppa da drink e via dicendo.
Vi invito a visionare le sue illustrazioni a questo link:


Detto ciò vi lascio e vi dò appuntamento al prossimo lunedì e ricordate: "Guardare l'arte è un po' come imparare a ballare e...non c'è rivoluzione senza investimento libidinale!".

A lunedì
Chiara Messori


domenica 17 giugno 2018

VIN IL QUI, ORA CON IL GIUSTO TEMPO



VIN IL
QUI, ORA
(CON IL GIUSTO TEMPO)




In una tipica mattina di questa quasi estate dai contorni che potrei definire “eclettici” (non si sa mai che tempo fa!?) mi sono diretta, su suggerimento di una mia cara amica nonché mia accompagnatrice in questo viaggio, verso la  vivace via Torquato Tasso di Bergamo, alla 255 Raw Gallery, per vedere la mostra di VIN IL, Ylenia Manzoni, classe 1988.
Le aspettative erano alte ,come il mio umore e devo dire di essere stata, oltre che soddisfatta, ampiamente sorpresa dalla sua raffigurazione.
L’artista parte da un percorso come tatuatrice, arte in cui, come sappiamo, l’inchiostro è elemento chiave per fissare l’ic et nunc, il qui e ora, per sempre. La pelle è la nostra interfaccia, quel sottile strato che, pur separandoci dall’ambiente, ci espone ad esso ed alle persone. Attraverso la pelle noi comunichiamo chi siamo, come siamo, come stiamo ed ora, con il tatuaggio, possiamo anche raccontare delle storie di noi.
Come dice l’artista:
«Ho scelto di intitolare l’esposizione “Qui, ora (con il giusto tempo)” perché vorrei invitare i visitatori a prendersi del tempo per assaporare le immagini. Per non guardarle e basta, magari velocemente e distrattamente come siamo abituati a fare ogni giorno, ma per sentirle davvero, ascoltarle, capirle». 
E proprio con questo spirito, con la voglia di assaporare le sue immagini, mi sono messa al cospetto della sua opera.
Occhi grandi, nasi e labbra stilizzate e lunghe ciglia sono la cifra stilistica dei suoi lavori. Che si tratti di raffigurazioni umane o animali o vasi umanizzati con disegnati sopra dei visi poco importa, tutte  le sue immagini ci guardano con gli stessi occhi e ci odorano con gli stessi nasi… Le doti artistiche di Vin Il fanno sì che quella figurazione che ci riporti immediatamente a riconoscere un disegno come “il suo” disegno.
Ma c’è di più…
Nelle sue linee possiamo ritrovare il bianco e nero; le acconciature “anni ‘20” dei suoi personaggi ci riportano alla mente certe atmosfere noir ma, appena ci voltiamo, nei suoi disegni originali e nelle serigrafie troviamo i colori accesi, quasi POP della tavolozza Pantone unite al gioco di sovrapposizione di retini, tanto caro ad una grafica ormai demodè. Altri rimandi ancora possiamo vederli nellle “gote rosse” dei suoi personaggi e nellla fantasia dei tessuti che indossano; retaggi di una dimensione fiabesca che si unisce con un’arte dai toni naive non senza rimandi però alla tavolozza dei murales sudamericani ed all’opera di una grande artista come Frida Khalo.
Delizioso e lezioso assieme è poi un corner della mostra, dedicato alla ricostruzione di un salotto green dove trovano spazio i vasetti per piantine caratterizzati dal tratto unico di Ylenia. 



«Qui, ora (con il giusto tempo)» è la sua prima mostra personale ed è interessante proprio perché conferma il fatto che il disegno per tattoo sia un’arte capace di emozionare, affascinare, creare seguito.
Inoltre, qui le sue illustrazioni originali hanno arricchito il suo percorso, mostrandoci una nuova Ylenia, un’artista sincera e libera, stimolante e mai banale, che sa mettersi in gioco per  raccontare, esporre e diffondere l’arte in ogni sua forma; dalla passione “artigiana” della tatuatrice a quella dell’illustratrice che sa parlare di lei, raccontarci chi è e le cose in cui crede. 
Infatti, come dice l’artista stessa “ Sono le  relazioni e i trascorsi a renderci ciò siamo e nel disegno mi ritengo completamente libera”.
Quindi dico grazie a Vin Il, e grazie a 255 Raw Gallery!
Chiara Messori


giovedì 20 aprile 2017

Treasure from the Wreck of the Unbelievable - Damien Hirst




Scavatore di coscienze

Sì, mi piace define così quest'artista ormai divenuto star del sistema dell'arte grazie ad un oculato lavoro di esposizioni shock.
Attraverso la mise en scene di animali sotto formaldeide, i mandala multicolori di ali di farfalla, le raccolte tassonomiche di mozziconi di sigarette, grandi scaffalature di farmaci (per citarne solo alcune), Hirst ha, come sostiene anche la Vettese, scavato buchi nelle nostre coscienze con immagini reali e memorabili.
Il senso della vita viene interrogato in diverse opere:  nel 1990 in "A Thousand Years" entro una teca separata in due abbiamo da un lato una colonia di larve prima e mosche poi che tenta di raggiungere una testa di vitello mozzata posta nella seconda metà della teca, ma nel viaggio esse devono superare lo sbarramento di in griglia moschicida elettrificata. I suoi interrogativi trovano una potente conclusione nel teschio tempestato di diamanti di "For the Live of God" del 2007.
Quindi l'artista si muove tra ironia e orrore, bellezza e crudeltà, nascita e morte lanciando messaggi che, seppur a volte ambigui,  colpiscono per la loro violenza; sono diretti, inconfutabili, come una fucilata BAM!  colpisce e fa centro.

Ma oggi ho visto un Hirst diverso, magnifico sicuramente, mi ha presa totalmente ma non con violenza...è stato inaspettato, più maturo ma nuovo...sicuramente un'esperienza incredibile come il tesoro di questo vascello, ma partiamo da principio...


Questo è il manifesto/locandina della mostra che è stata inaugurata il 9 aprile a Venezia nelle due sedi di Palazzo Grassi e Punta della Dogana. La mostra, che si concluderà il 3 dicembre,  segna una nuova tappa nella storia di queste due sedi veneziane della Collezione Pinault che,  per la prima volta,  saranno interamente affidate a un singolo artista.

Giù a cinque braccia giace tuo padre.
Le sue ossa ormai son corallo,
e perle gli occhi son già.
Di lui quanto mai può perire
un mutamento marino subisce
in ricca cosa, in cosa strana.
William Shakespeare
La Tempesta


Con queste parole si potrebbe introdurre la storia di questo grande vascello che trae origine da un ritrovamento, risalente al 2008, di un vasto sito con il relitto di una nave naufragata al largo della costa orientale dell'Africa.
Questo ritrovamento sembrerebbe confermare la leggenda di Cif Amotan II, un liberto di Antiochia (Turchia nordoccidentale), vissuto tra la metà del I secolo e l'inizio del II d.C.
Nell'Impero romano un ex schiavo poteva avanzare socio-economicamente coinvolgendosi negli affari finanziari dei suoi mecenati e padroni di un tempo; così Amotan , dopo essersi affrancato, accumulò un'immensa fortuna. Pieno di ricchezze egli creò una sontuosa collezione di oggetti provenienti da ogni parte del mondo antico. I Cento Tesori del liberto furono caricati su un'immensa nave, la Apistos ( Incredibile) per esser trasportati in un tempio appositamente edificato dal collezionista. Ma l'imbarcazione affondò affidando il tesoro alla sfera del mito e generando infinite varianti di questa storia di ambizione, avarizia, splendore e ubris.


La collezione rimase sul fondo dell'Oceano Indiano per circa duemila anni e quasi dieci anni dopo l'inizio degli scavi, questa mostra raccoglie insieme tutte le opere recuperate in quello straordinario ritrovamento. Alcune sculture sono esposte prima di aver subito il restauro, coperte quindi di incrostazioni coralline, concrezioni marine che ne rendono a volte le forme irriconoscibili. In mostra son poi esposte copie museali contemporanee degli oggetti rinvenuti che immaginano le opere com'erano nel loro stato originario.








Questo, come preannunciavo è un Hirst diverso... non cede alla tentazione di restare ancorato alle formule che lo hanno reso celebre (pillole, diamanti e animali in formaldeide) ma propone qualcosa di nuovo e inaspettato: un falso storico.
La mostra verte sul concetto di verità, mettendo in discussione la sua utilità e trascinando lo spettatore nel labirinto del dubbio. Il racconto del relitto della Apistos, rafforzato anche dalla presenza di video che ne riprendono il ritrovamento insieme alla raccolta degli oggetti preziosi ed ai modelli su scala dell’imbarcazione non è che una "storiella" ideata e promossa dall'artista che vi  ha lavorato per ben dieci anni al fine di renderla “reale”.

Quindi questo favoloso bottino è in realtà composto da duecento fake che riproducono sculture greche ed egizie, anfore, monili, statuette votive con  i materiali più amati dall’artista: la giada, il marmo di Carrara, il cristallo, l’oro.
Sono rappresentate epoche storiche differenti, con sbalzi temporali che arrivano fino al presente: compaiono, infatti, anche autoritratti ed altre opere che strizzano l’occhio ai colleghi Marc Quinn e Jeff Koons.




Hirst ha saputo animare gli ambienti con opere monumentali, tra le quali spicca l’impressionante Demon with Bowl, una scultura in resina di 18 metri d’altezza.


Anche se l'inganno è evidente, la sognatrice amante delle leggende storiche quale sono voleva illudersi che fosse tutto vero ecco che la dicitura “Mattel inc. China”, a ricordare quelli delle famose Barbie, che campeggia sui busti greci mi riporta coi piedi per terra e mi fa scappare un sorriso...

Il prezzo del biglietto (18 euro) quindi diventa più che sostenibile per questa mostra veramente unica che si colloca nella sospesa cornice magica di Venezia, una città che sulle leggende legate al mare ed ai suoi accadimenti ha fatto il suo punto di forza.

Chiara Messori